
Hai vestiti nell’armadio che non indossi da anni? O magari una scatola ancora chiusa del tuo ultimo trasloco? O forse conservi regali che non ti sono mai piaciuti? Tutti quegli oggetti che conservi ma non usi mai raccontano una storia psicologica molto più profonda.
In definitiva, i nostri beni non sono semplici oggetti; attribuiamo loro dei significati e sono legati a ricordi ed emozioni, tanto che in molti casi fanno parte di quello che viene definito il “sé esteso”. Secondo Russell Belk, la nostra identità non si limita al corpo o alla mente, ma si estende anche ad alcuni oggetti personali. Pertanto, tutte quelle cose che conserviamo “per ogni evenienza” possono offrire indizi sulle nostre paure, sui nostri attaccamenti o persino su certe cose che ci rifiutiamo di riconoscere.
1. Abiti che non indossi più, sinonimo di un’identità passata
Tutti abbiamo qualche capo d’abbigliamento che occupa spazio prezioso nei nostri armadi da anni. Potrebbe essere un paio di pantaloni di quando avevamo vent’anni, una maglietta dell’università completamente scolorita, un abito elegante che non indossiamo da secoli… Insomma, vestiti di un’epoca in cui eravamo molto diversi.
Perché è così difficile lasciarselo alle spalle?
In molti casi, non si tratta solo di conservare i vestiti; si tratta di preservare un’identità. Quegli abiti rappresentano una versione di noi stessi che forse era felice, di successo, più magra, più giovane o semplicemente diversa. Pertanto, sbarazzarsene può essere inconsciamente percepito come una rinuncia a quella parte della nostra storia.
Tuttavia, la maturità emotiva implica accettare che non tutte le versioni di noi stessi debbano accompagnarci per sempre. Alcune hanno semplicemente esaurito il loro scopo e non ci servono più. Pertanto, se un capo d’abbigliamento non riflette più chi sei o dove stai andando, forse è il momento di lasciare che qualcun altro gli dia una nuova vita.
2. I libri che non hai mai letto, la rappresentazione della persona che volevi essere
Anche gli scaffali raccontano storie. Ci sono libri che compriamo con grande entusiasmo e che leggiamo e rileggiamo. Altri li compriamo con altrettanto entusiasmo, ma non andiamo mai oltre la terza pagina. Potrebbe trattarsi di un classico della filosofia, di un manuale per imparare il giapponese, di un libro di autoaiuto o persino di un romanzo di tendenza che non ci ha mai appassionato del tutto.
Tutti quei libri che non leggiamo, ma che nemmeno buttiamo via, rappresentano la persona che vorremmo essere. Li compriamo spinti più dall’aspirazione che da un autentico interesse. Forse un tempo eravamo entusiasti all’idea di imparare il giapponese o di leggere Jung per affrontare i nostri demoni interiori, ma quell’interesse è presto svanito, e i libri rimangono testimoni silenziosi di ciò che non è mai stato.
Il problema è che buttarli via significherebbe, da un lato, ammettere di aver fatto un cattivo investimento e, dall’altro, rinunciare a quella versione più profonda, curiosa, esperta o idealizzata di noi stessi. Questo spiega perché i libri che non leggiamo continuano ad accumulare polvere sulla nostra libreria.
Se questo è il tuo caso, il miglior esercizio che puoi fare è chiederti onestamente: ho ancora voglia di leggerli o voglio solo pensare che li leggerò un giorno?
3. I regali che non ti piacciono, simbolo di colpa
Può sembrare contraddittorio, ma le cose più difficili da buttare via sono spesso quelle che non abbiamo mai voluto. Potrebbe essere un vaso che non si abbina al nostro arredamento, una tazza che usiamo solo quando viene a trovarci chi ce l’ha regalata, o un maglione natalizio che non indossiamo mai a Natale.
Perché sono ancora lì?
La risposta è semplice: molte persone associano il conservare un regalo all’affetto. Credono che sbarazzarsi dell’oggetto sia una sorta di tradimento o un segno di ingratitudine. Di conseguenza, finiscono per trasformare la propria casa in un deposito per oggetti che non apprezzano né utilizzano.
Aggrapparsi a qualcosa unicamente per paura di deludere qualcun altro può anche essere un modo silenzioso di anteporre costantemente i bisogni degli altri ai propri, oppure un’espressione di lealtà estrema.
Ovviamente, non si tratta di essere ingrati, ma nemmeno di ingombrare la casa con regali inutili o che non vi rappresentano. In questi casi, donarli è solitamente la soluzione migliore.
4. Oggetti duplicati, espressione della paura della scarsità
Due torce elettriche. Tre macchine per il caffè. Quattro caricabatterie. Tre paia di forbici… Tutto “per ogni evenienza”. Molte persone accumulano oggetti o non osano buttare via ciò che possiedono, anche se è vecchio e praticamente inutilizzabile, perché sono convinte che un giorno sarà indispensabile.
In un certo senso, è un comportamento normale, dato che il nostro cervello è programmato per anticipare i rischi ed evitare di rimanere senza risorse. Tuttavia, quando l’accumulo di beni diventa una strategia di sicurezza permanente, può riflettere una paura più profonda: la sensazione che il futuro sia imprevedibile e che non avremo risorse sufficienti per affrontarlo.
Questo schema si verifica comunemente dopo periodi di incertezza economica o in persone che hanno sperimentato la scarsità. Ovviamente, ciò non significa eliminare le riserve ragionevoli, ma è importante distinguere tra una lungimiranza utile e l’accumulo dettato dalla paura, perché quest’ultimo può persino portare all’accumulo compulsivo.
5. Le scatole chiuse da anni, simbolo di decisioni congelate
Avete ancora scatoloni del vostro ultimo trasloco, non aperti, che prendono polvere in cantina o in soffitta? È più comune di quanto si pensi, e non è sempre dovuto a pigrizia, procrastinazione o mancanza di tempo. In realtà, quegli scatoloni potrebbero contenere decisioni irrisolte.
Potrebbero contenere progetti mai iniziati, materiali per un hobby abbandonato da tempo, o ricordi di un periodo della nostra vita di cui non sappiamo se conservare o lasciar andare. La cosa curiosa è che, finché la scatola rimane chiusa, tutte queste possibilità restano vive (almeno nella nostra mente).
D’altra parte, aprirsi ci costringe a decidere il destino di quelle cose. E decidere implica sempre rinunciare a qualcosa che forse un tempo ci entusiasmava o a cui ancora non riusciamo a rinunciare. Ecco perché molte persone preferiscono tenere sospese quelle possibilità, piuttosto che affrontare la realtà.
Tuttavia, rimandare queste decisioni non fa altro che prosciugare le energie mentali perché, anche se non ci pensi quotidianamente, le scelte che non compi rimangono attive nel tuo subconscio, creando tensione. Ecco perché di solito è meglio darsi una scadenza per decidere cosa fare. Alla fine, ti sentirai più leggero.
E se il cambiamento iniziasse svuotando un cassetto?
Di solito pensiamo di dover guarire o voltare pagina prima di riordinare casa e sbarazzarci delle cose superflue, ma a volte è vero il contrario. Gli studi dimostrano che un eccessivo disordine visivo aumenta il carico cognitivo, ostacola la concentrazione e persino accresce la sensazione soggettiva di stress.
Riducendo quel “rumore ambientale”, possiamo sperimentare un maggiore senso di controllo e chiarezza mentale. Ovviamente, svuotare un armadio non risolverà i nostri problemi emotivi, ma può essere un piccolo gesto simbolico di cambiamento.
Ogni oggetto che decidiamo di conservare dovrebbe rispondere alla domanda: “Può continuare a far parte della vita che voglio costruire?”. Allo stesso modo, gli oggetti di cui potremmo sbarazzarci rappresentano una parte di noi stessi di cui non abbiamo più bisogno o un pezzo della nostra storia che ci siamo lasciati alle spalle.
Forse è per questo che così tante persone provano un inaspettato senso di sollievo dopo aver svuotato un armadio o una stanza. Non si tratta semplicemente di buttare via delle cose, ma di liberarsi da aspettative, sensi di colpa, paure o identità che hanno occupato spazio nella nostra mente per troppo tempo. Perché, in definitiva, la nostra casa e la nostra identità sono in costante dialogo.
Riferimenti:
Woody, S. R. et. Al. (2021) Effect of environmental clutter on attention performance in hoarding. Journal of Obsessive-Compulsive and Related Disorders; 31: 100690.
Belk, R. W. (1989) Extended Self and Extending Paradigmatic Perspective. Journal of Consumer Research; 16(1): 129-132.



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