
Quando uno studente di psicologia immagina il proprio futuro, di solito immagina uno studio accogliente in cui offrire terapia e supporto ai propri pazienti. Ciò che raramente immagina è il lato meno “romantico” della professione: bollette, affitto, impegni… e, soprattutto, come assicurarsi che chi ha bisogno di aiuto sappia della propria esistenza.
Nei corsi di laurea triennale, siamo preparati a comprendere, guidare e prenderci cura degli altri, ma poco si dice su come sostenere la nostra pratica professionale nel mondo reale. Impariamo teorie psicologiche, tecniche e approcci terapeutici, ma non come pubblicizzare il nostro lavoro. Nessuno ci insegna come promuoverci.
Il tabù del marketing in psicologia
Per alcuni psicologi, la sola menzione della parola “marketing” suscita irritazione, perché ritengono che mercifichi la professione. Credono che la pubblicità riduca il processo terapeutico a una transazione commerciale. Altri ritengono che promuovere se stessi sia immorale e ritengono che la sola qualità del lavoro sia sufficiente.
Di conseguenza, non è raro sentire idee come “un buon psicologo non ha bisogno di farsi pubblicità”, “i pazienti arrivano tramite raccomandazioni” o “se mi espongo troppo sui social media, perderò credibilità”.
Questi pregiudizi derivano in gran parte da una visione eccessivamente tradizionale del lavoro dello psicologo, in cui ci si aspetta che i pazienti bussino alla sua porta come in passato. Tuttavia, in un ambiente in cui la competizione professionale è maggiore e il modo in cui le persone cercano aiuto è cambiato, il marketing diventa uno strumento essenziale.
Le persone non consultano più l’elenco telefonico per trovare uno psicologo; controllano Google, Instagram o TikTok. Certo, si fidano ancora del consiglio di un amico, ma ora quel suggerimento compete con un oceano di recensioni e opinioni online. Viviamo in un’epoca in cui la reputazione professionale si misura anche in stelle, visualizzazioni e commenti online. Pertanto, il prestigio si costruisce attraverso il passaparola, sia tradizionale che digitale.
Cos’è esattamente il marketing per gli psicologi?
Quando pensiamo alla pubblicità, spesso immaginiamo spot pubblicitari appariscenti o proposte di vendita aggressive, ma il marketing per gli psicologi si concentra sulla comunicazione chiara di chi siamo professionalmente, di come lavoriamo e del valore unico che possiamo offrire.
Non si tratta di vendere fumo, né tantomeno di manipolare. Nel campo della psicologia, il marketing implica informare, educare e costruire fiducia affinché le persone che necessitano di supporto e guida possano trovarci. In questo senso, il marketing è solo un modo per espandere il nostro raggio d’azione e mettere le nostre competenze al servizio di chi cerca una guida.
In effetti, l’inbound marketing si allontana dalla pubblicità intrusiva e si concentra sull’attrazione dei clienti offrendo contenuti di valore ed esperienze pertinenti. Un breve video che spiega cos’è un attacco di panico, un articolo su come gestire lo stress lavorativo o un post che sfata i miti sulla depressione sono entrambi contenuti informativi e strategie di marketing.
Quando uno psicoterapeuta comunica bene, non solo ottiene riconoscimento, ma contribuisce anche alla diffusione della psicologia. E in un’epoca di disinformazione e di auto-aiuto semplicistico, le campagne di marketing di uno psicologo possono diventare un mezzo prezioso per educare le persone e avvicinare la psicologia al grande pubblico con rigore e accessibilità.
L’etica del marketing nella salute mentale
Parlare di marketing per gli psicologi della salute solleva preoccupazioni perché, a differenza di altri ambiti professionali, non si tratta solo di attrarre clienti, ma anche di prendersi cura della salute mentale. Questo comporta una grande responsabilità.
Mentre uno studio legale può promuoversi con frasi come “vinciamo il 95% dei casi”, in psicologia questo approccio sarebbe inappropriato. Non possiamo trattare il paziente come un semplice cliente, perché la relazione terapeutica ha una componente umana ed etica molto più delicata.
Infatti, il Codice deontologico degli psicologi in Spagna per esempio, avverte che “i professionisti iscritti all’albo devono adeguare la propria condotta in materia di comunicazioni commerciali alle disposizioni di legge”.
Nel campo sanitario, la legislazione prevede:
- Fare pubblicità obiettiva, veritiera, chiara e prudente.
- Vieta di generare false speranze, di pubblicizzare cure sicure, risultati garantiti o terapie efficaci al 100%.
- La paura, l’ansia o la vulnerabilità non possono essere utilizzate come risorse persuasive.
- Il messaggio dovrebbe trasmettere rigore e credibilità, non competere con frasi aggressive come “il meglio contro l’ansia” o “la terapia definitiva”.
- Evitare messaggi sensazionalistici, fuorvianti o indegni.
Ciò significa che uno psicologo può pubblicizzare la propria attività, gestire i social media e offrire informazioni preziose, a patto che non si impegni in pratiche ingannevoli o non etiche. Il limite massimo risiede nel rispetto della professione, di se stessi e del paziente.
In realtà, mettere in pratica questi principi non è sempre facile. Richiede una conoscenza approfondita delle normative legali, un uso attento del linguaggio e un livello di coerenza che valorizzi il brand professionale. Non sorprende quindi che di recente siano nate agenzie di marketing digitale per psicologi, per garantire che possiamo comunicare ciò che facciamo in modo fedele, responsabile ed efficace.
Il marketing come ponte tra la pratica e il mondo
In definitiva, il marketing è semplicemente un mezzo per portare la psicologia a chi ne ha bisogno in modo onesto, trasparente e rispettoso. Non contraddice l’essenza della professione; è uno strumento complementare per praticarla oggi.
Il segreto è trovare un linguaggio che aggiunga valore e ci permetta di costruire ponti tra la professione e la società, tra la nostra pratica e chi cerca aiuto. In questi tempi, non basta essere bravi psicologi; bisogna anche sapersi promuovere. Dopotutto, condividere ciò che facciamo fa parte del nostro lavoro.
Pertanto, forse la domanda che ogni psicologo dovrebbe porsi non è “dovrei fare marketing?” , ma “che tipo di marketing voglio fare?”. La sfida è fare marketing in modo etico e significativo.



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