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La scienza spiega perché non ci piace la musica nuova quando invecchiamo

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Aggiornato: 01/12/2023 da Jennifer Delgado | Pubblicato: 10/10/2019

musica nuova

È probabile che quando eravamo adolescenti, i nostri genitori ci dicessero che la musica che ascoltavamo era “rumorosa”. Non gli piaceva, e non capivano come potesse piacere a noi. Con il passare del tempo e con l’avvicinarsi dei 40, iniziamo a pensare che “non si fa già più della buona musica” e restiamo legati a cantanti e motivi familiari.

I nostri gusti musicali iniziano a cristallizzarsi nell’adolescenza, quando abbiamo tra i 13 o 14 anni, come rivelato da un’analisi condotta dal New York Times sulla base della musica che gli utenti ascoltano su Spotify.

Quando raggiungiamo i 20 anni, i nostri gusti musicali si stabilizzano in modo abbastanza solido e all’età di 33 anni la maggior parte delle persone ha già smesso di ascoltare e cercare musica nuova. A partire da quell’età, preferiamo riascoltare la colonna sonora dei due decenni precedenti della nostra vita. Ciò significa che è probabile che le canzoni più popolari della nostra adolescenza e gioventù continuino ad essere le preferite per il resto della nostra vita o, almeno, che abbiano un posto speciale nella nostra memoria musicale.

Dall’età di 40 anni, per il nostro cervello tutto inizia a suonare più o meno uguale

C’è una spiegazione neuroscientifica alla nostra riluttanza verso la musica nuova. Uno studio condotto presso l’Università di Manchester rivelò che la capacità del cervello di distinguere tra determinati suoni diminuisce con l’avanzare dell’età.

Questi ricercatori reclutarono due gruppi di persone: uno composto da persone con più di 40 anni e un’altro composto da giovani. Ogni gruppo doveva descrivere quanto gli piacevano diverse coppie di note suonate su una scala, mentre venivano registrate le loro risposte neurali.

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Le persone più anziane scopirono che gli accordi consonantici (quelli che hanno toni corrispondenti e sono più rilassanti) erano per loro meno piacevoli e gli accordi dissonanti (quelli che suonano più irritanti e disordinati) erano più piacevoli, rispetto ai giovani.

Il fatto che la percezione di consonanza e dissonanza fosse notevolmente ridotta significa che avevano una gamma media di ascolto più ristretta. In breve, con l’avanzare degli anni, le canzoni nuove e meno familiari iniziano a sembrarci uguali, ed è per questo che siamo più riluttanti nei loro confronti.

Effetto esposizione: dimmi quanto hai ascoltato una canzone e ti dirò quanto ti piacerà

Naturalmente, non possiamo incolpare solo il cervello per la nostra “antipatia” alla musica nuova. L’effetto della semplice esposizione è un’altra ragione convincente. È un fenomeno che spiega che, più siamo esposti a una situazione, più ci è familiare e più ci piace.

Quando siamo nell’adolescenza e nella giovinezza, ascoltiamo molta musica, così che alcuni cantanti, gruppi e canzoni entrano a far parte della colonna sonora di quegli anni, diventano familiari e persino confortanti a forza di ascoltarli.

Tuttavia, quando superiamo i 30 anni, i nuovi impegni lavorativi e familiari riducono il nostro tempo libero, così dedichiamo meno tempo alla scoperta di musica nuova e non possiamo esporci tanto ad essa perché diventi familiare come le canzoni della nostra adolescenza e giovinezza.

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Questo può far sì che, se dobbiamo scegliere tra ascoltare musica nuova o motivi musicali conosciuti, scegliamo gli ultimi.

Anche ciò che la musica ci fa provare conta

Infine, anche le emozioni svolgono un ruolo essenziale nella nostra riluttanza verso la nuova musica. Uno studio condotto presso la McGill University scoprì che le nostre canzoni preferite attivano le aree del piacere del cervello stimolando il rilascio di neurotrasmettitori che ci fanno sentire bene, come dopamina, serotonina e ossitocina. E più ci piace la canzone, più intenso sarà l’effetto.

In effetti, si è visto che quando conosciamo una canzone, il nostro cervello anticipa alcuni millisecondi ai punti più alti della melodia, innescando quel cocktail di neurotrasmettitori che ci inonda. È una specie di “nostalgia neuronale” che ci fa stare bene, attivando ricordi positivi. Quindi, se avremo poco tempo per ascoltare della musica, probabilmente non esiteremo: sceglieremo quelle canzoni familiari che generano un’ondata di sensazioni piacevoli.

Non tutto è perduto

Ma ogni regola ha la sua eccezione. Mentre è vero che nel tempo esploriamo meno la scena musicale, ciò non significa che siamo condannati ad ascoltare in eterno le canzoni del passato. Se ci esponiamo alla musica nuova, terremo attivo il nostro cervello e saremo in grado di distinguere meglio i suoni. Più musica ascoltiamo, più ricettivi saranno i nostri neuroni.

Fonti:

McAndrew, F. T. (2019) Psychology tells us why older people don’t enjoy new music. In: QZ.

Bones, O. &  Plack, C. (2015) Losing the Music: Aging Affects the Perception and Subcortical Neural Representation of Musical Harmony.The Journal of Neuroscience; 35(9): 4071-4080.

Blood, A. J. & Zatorre, R. J. (2001) Intensely pleasurable responses to music correlate with activity in brain regions implicated in reward and emotion. Proc Natl Acad Sci U S A; 98(20): 11818–11823.

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Jennifer Delgado Suárez

Psicóloga Jennifer Delgado Suárez

Sono una psicologa (Iscritta al Colegio Oficial de la Psicología de Las Palmas Nr. P-03324) e da molti anni scrivo articoli per riviste scientifiche specializzate in Salute e Psicologia. Il mio desiderio è aiutarti a realizzare esperienze straordinarie. Se desideri sapere di più clicca qui.

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