
“Nessuno può farti sentire inferiore senza il tuo consenso”, diceva Eleanor Roosevelt, o almeno queste parole le vengono spesso attribuite. Sebbene nell’era dei social media e delle frasi instagrammabili, queste parole siano state riproposte in mille versioni che ripetiamo come se fossero uno scudo emotivo o una sorta di formula magica contro offese e ferite: “non dare a nessuno il potere di farti sentire male” o “non permettere a nessuno di farti del male”.
Tuttavia, nonostante le buone intenzioni e il tono apparentemente “empowerment”, la verità è che queste frasi nascondono una trappola: l’idea che tutto ciò che proviamo sia esclusivamente responsabilità nostra. E questo, oltre a essere falso, può essere psicologicamente devastante.
L’illusione dell’invulnerabilità e il mito del consenso emotivo
Viviamo in una società che continua a interpretare la vulnerabilità come debolezza e le emozioni negative come errori di gestione interna. In questa logica, ogni disagio diventa una scelta. È come se ci dicessero: “se ti danneggia, è perché lo vuoi o perché lo permetti”.
Questa idea è però problematica perché, da un lato, libera l'”aggressore” dalla responsabilità e, dall’altro, carica la parte lesa di un ulteriore senso di colpa: non solo ti ha fatto del male, ma sei anche stato tu a permetterglielo.
Di conseguenza, molte persone non riescono nemmeno a dare valore al proprio dolore. Quando si sentono male per cose perfettamente comprensibili, come l’abbandono, la perdita o il tradimento, pensano: “non dovrebbe toccarmi così tanto” oppure “sono troppo sensibile”.
Cadono così in un processo di auto-invalidazione, che implica la delegittimazione delle proprie emozioni, convincendosi che non dovrebbero esistere. Chi si ripete: “nessuno può farmi stare male senza il mio consenso”, corre il rischio di disconnettersi dal proprio dolore, di non ascoltarlo e di non chiedere aiuto. E ciò che non si prova, non guarisce.
Nasce così una forma silenziosa di auto-rimprovero e di colpa. Non solo dobbiamo sopportare il dolore della ferita, ma anche il senso di colpa per esserci lasciati andare alla fragilità e alla vulnerabilità, o semplicemente per aver amato o esserci offerti.
Naturalmente, l’idea che nessuno possa farci del male o farci sentire inferiori senza il nostro consenso crea un senso di controllo, facendoci credere di essere al comando e invulnerabili. Nata da una cultura che idolatra l’autosufficienza, promette che se siamo abbastanza forti, nulla potrà toccarci e che il dolore entrerà solo se lasciamo la porta aperta.
Ma la vita non funziona così. Non viviamo in una bolla corazzata. Siamo umani, abbiamo emozioni, nutriamo aspettative, stringiamo relazioni e creiamo legami, quindi siamo costantemente esposti al potenziale danno altrui. Siamo influenzati da gesti, parole e silenzi. Non siamo isole, ma persone permeabili.
Accettare che le ferite fanno parte della vita
Traumi, umiliazioni o rifiuti non chiedono il permesso. Non esiste un contratto preventivo o una clausola di adesione. Anzi, parte della sofferenza emotiva deriva proprio dalla sua imprevedibilità. Nessuno vuole essere tradito da un amico quando ne ha più bisogno, ridicolizzato da un superiore o ignorato dalla persona che ama.
Tuttavia, cercare di sfuggire alle ferite del dolore, della perdita, dell’umiliazione o dell’indifferenza è un’utopia. Non c’è immunità possibile senza isolamento. Ma isolarci è una forma di intorpidimento che alla fine impoverisce le nostre vite.
Un’alternativa più onesta a questa frase sarebbe: “non posso evitare che mi feriscano, ma posso imparare a guarire me stesso”.
Accettare che gli altri possano farci del male non ci rende deboli; ci rende umani. L’esposizione emotiva è il prezzo che paghiamo per la connessione. Ogni relazione, che sia romantica, amichevole o professionale, comporta la possibilità di essere feriti in mille modi diversi, alcuni dei quali sono al di fuori del nostro controllo, come la morte di una persona cara.
Un’alternativa più realistica: imparare ad assorbire il colpo
Invece di ripetere mantra impossibili, possiamo adottare una visione più pratica: il danno è inevitabile, ma gestibile. L’obiettivo non è proteggerci, ma imparare ad attutirne l’impatto. La maturità psicologica consiste proprio nell’essere consapevoli che ogni relazione porta con sé un certo grado di vulnerabilità: capire che può far male, ma che abbiamo la capacità di riprenderci. Come possiamo raggiungere questo obiettivo?
- Distingui tra controllo e responsabilità. Non possiamo controllare ciò che gli altri dicono o fanno, ma siamo responsabili di come ci prendiamo cura di noi stessi. Ripetere a noi stessi: “non permetterò a niente di influenzarmi” non è la stessa cosa che sapere cosa fare quando qualcosa ci influenza: saremo in grado di gestirlo.
- Pratica l’autocompassione. Invece di incolparti, tratta te stesso come faresti con un amico ferito. Non si tratta di perdonare tutto o giustificare l’ingiustificabile, ma piuttosto di sostenerci con amore e gentilezza mentre attraversiamo questo momento difficile.
- Trasforma la ferita in autoconoscenza. La sofferenza non sempre culmina in un’epifania esistenziale. Ma possiamo impedire che ci definisca. Possiamo imparare da ciò che è accaduto e riformularlo per impedire al dolore di distruggerci dall’interno.
Forse è giunto il momento di accettare la nostra vulnerabilità e affrontare la vita a testa alta, accettando che non tutto andrà come vorremmo e che non è colpa nostra. Accettando che molte cose sono al di fuori del nostro controllo e che possiamo finire feriti e danneggiati, ma consapevoli che la vita consiste proprio nel ricostruirci ogni giorno, non nel chiuderci in una bolla per paura di vivere.



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