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Home » Tecnologia » La comodità digitale sta indebolendo il nostro cervello? Il prezzo dell’utilizzo di stampelle cognitive

La comodità digitale sta indebolendo il nostro cervello? Il prezzo dell’utilizzo di stampelle cognitive

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stampelle cognitive
L’utilizzo di internet e dell’IA per qualsiasi cosa mette a dura prova il nostro cervello. [Foto: Pexels]

Solo pochi decenni fa, scene che oggi ci sembrano familiari sarebbero state sorprendenti: qualcuno che usa il GPS per raggiungere un luogo in cui è già stato o che tira fuori il telefono per “ricordare” un’informazione. Perché mai qualcuno dovrebbe cercare qualcosa che può memorizzare?

Oggi, la maggior parte delle persone la pensa esattamente al contrario: perché memorizzare un numero di telefono quando posso salvarne centinaia sul mio cellulare? Perché scervellarmi per fare un calcolo che una calcolatrice può eseguire in pochi secondi? Perché imparare qualcosa quando posso cercarla su Wikipedia o chiedere all’intelligenza artificiale? O perché prestare attenzione ai dettagli della strada quando posso semplicemente usare il GPS più e più volte?

Oggi, però, non utilizziamo la tecnologia solo per cercare informazioni specifiche; ne dipendiamo sempre più per qualsiasi cosa. Questa dipendenza ha un nome: stampelle cognitive.

Cosa sono le stampelle cognitive?

Le stampelle cognitive sono tecniche o strumenti che utilizziamo per delegare funzioni mentali a qualcosa di esterno, che si tratti di un pezzo di carta come in passato, di un dispositivo come un telefono cellulare o di un sistema digitale come l’intelligenza artificiale. L’obiettivo è liberare risorse mentali da dedicare ad altri compiti.

Ovviamente, questo fenomeno non è nuovo; quaderni, liste della spesa e calcolatrici fanno parte delle nostre vite da molto tempo, ma l’avvento di Internet e, più recentemente, dell’Intelligenza Artificiale, ha portato questa pratica a livelli senza precedenti.

Cosa succede quando si fa un uso improprio della tecnologia?

Il problema non è lo strumento in sé, ma il modo in cui lo utilizziamo. Usare un calendario digitale per ricordare gli appuntamenti non è la stessa cosa che affidarsi costantemente a un assistente digitale per ogni singola azione. Verificare la data esatta di un evento storico non è la stessa cosa che non sapere cosa sia successo. Quando la tecnologia smette di essere un complemento e diventa un sostituto di un processo mentale fondamentale, le conseguenze sono inevitabili.

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Nel 2011, alcuni ricercatori delle università di Harvard, Columbia e Wisconsin hanno pubblicato un articolo sulla rivista Science in cui hanno coniato il termine “effetto Google” per riferirsi al fatto che, quando ci aspettiamo di trovare facilmente le informazioni online, tendiamo a non ricordarle. Questo fenomeno è anche noto come “amnesia digitale”.

Questi ricercatori hanno chiesto a un gruppo di persone di leggere diverse frasi. A metà di loro è stato fatto credere che le frasi sarebbero state salvate e disponibili per una consultazione successiva; all’altra metà no. Quando hanno dovuto trascrivere le frasi, le persone che pensavano che sarebbero rimaste disponibili hanno mostrato una memoria peggiore.

Nel 2025, uno studio sperimentale condotto presso il MIT Media Lab ha rilevato che le persone che utilizzavano l’intelligenza artificiale generativa per svolgere compiti accademici (come scrivere saggi o rispondere a domande) mostravano una minore attivazione neurale e prestazioni cognitive peggiori rispetto a coloro che lavoravano in modo più autonomo.

Inoltre, i risultati associati hanno indicato una tendenza verso quella che i ricercatori definiscono pigrizia cognitiva: una ridotta attivazione nelle regioni cerebrali coinvolte nel ragionamento, nella memoria e nell’apprendimento profondo. Gli autori hanno concluso che “le persone che lavoravano solo con il cervello mostravano le reti più forti e distribuite. Gli utenti dei motori di ricerca mostravano un coinvolgimento moderato, mentre gli utenti dell’intelligenza artificiale mostravano la connettività più debole”.

La loro conclusione è che “l’attività cognitiva diminuisce con l’uso esterno di strumenti”. Questo non significa che l’IA ci renda magicamente “più stupidi”, ma solleva un importante monito: quando ci affidiamo eccessivamente a questi sistemi per svolgere il lavoro mentale che dovrebbe essere nostro, il cervello smette di esercitare determinate capacità cognitive. E questo potrebbe portare, a medio e lungo termine, al loro declino o addirittura alla loro perdita.

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Memoria, pensiero critico e stampelle mentali

La scienza suggerisce che l’uso costante di strumenti esterni, siano essi internet o assistenti virtuali basati sull’intelligenza artificiale, influenzi la nostra memoria e il nostro pensiero, avendo un impatto reale sulle nostre connessioni neurali. Invece di sforzarci di comprendere le informazioni e integrarle nel nostro sistema di conoscenze, semplicemente le ignoriamo perché sappiamo che saranno facilmente reperibili.

Può darsi, ma un eccessivo affidamento sulla tecnologia potrebbe limitare il consolidamento delle reti neurali che sono alla base della memoria a lungo termine e del pensiero critico. L’uso continuo di supporti cognitivi spesso favorisce un approccio più superficiale alle informazioni, impedendoci di allenare processi cognitivi come l’analisi, la sintesi, la generalizzazione o il recupero delle informazioni.

Ovviamente, non si tratta di demonizzare la tecnologia, ma di imparare a usare questi strumenti senza cedere loro il controllo. Ciò significa usare internet per imparare, non semplicemente come un archivio esterno di informazioni, e utilizzare l’intelligenza artificiale affinando al contempo le nostre capacità di pensiero critico. La tecnologia non dovrebbe (e francamente, non può, per quanto si sforzino di convincerci del contrario) sostituire i processi mentali di base.

In definitiva, il cervello umano si è evoluto per elaborare, integrare e attribuire significato alle informazioni. Delegare i compiti può essere utile, ma solo a patto che manteniamo un ruolo attivo.

Riferimenti:

Kosmyna, N. et. Al. (2025) Your Brain on ChatGPT: Accumulation of Cognitive Debt when Using an AI Assistant for Essay Writing Task. En: MIT Media Lab. arXiv preprint arXiv:2506.08872

Sparrow, B., Liu, J. & Wegner, D. M. (2011) Google Effects on Memory: Cognitive Consequences of Having Information at Our Fingertips. Science; 333(6043): 776-778.

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Jennifer Delgado Suárez

Psicóloga Jennifer Delgado Suárez

Sono una psicologa (Iscritta al Colegio Oficial de la Psicología de Las Palmas Nr. P-03324) e da molti anni scrivo articoli per riviste scientifiche specializzate in Salute e Psicologia. Il mio desiderio è aiutarti a realizzare esperienze straordinarie. Se desideri sapere di più clicca qui.

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