
“Sono stressato” è probabilmente una delle frasi più ripetute e rappresentative del nostro tempo. E non c’è da stupirsi, visto che, come dice il filosofo Byung-Chul Han, viviamo nella societá della stanchezza.
Tuttavia, lo stress è diventato una sorta di spiegazione universale, un termine generico che comprende quasi tutto: stanchezza, cattivo umore, irritabilità, mancanza di motivazione, distacco emotivo, paura… Se qualcosa non quadra, se ci sentiamo esausti, esplodiamo senza una ragione apparente o siamo più irritabili del solito, lo attribuiamo allo stress. E con questo, in un certo senso, chiudiamo la questione.
Il problema è che questa spiegazione, per quanto comoda, è incompleta.
Lo stress come spiegazione esternalizzante
Quando attribuiamo tutto (o quasi tutto ciò che ci accade o che proviamo) allo stress, spesso stiamo esternalizzando la responsabilità emotiva. Quando diciamo di essere stressati a causa del lavoro, degli obblighi o persino di una relazione tossica, spostiamo l’attenzione verso l’esterno, come se il disagio fosse una conseguenza inevitabile di circostanze esterne.
La causa principale sembra risiedere negli orari, nel capo, nelle riunioni, nella mancanza di tempo… E sì, tutto ciò contribuisce. Non c’è dubbio che viviamo in ambienti esigenti, sovraccarichi di stimoli, con un’enorme pressione a dare il massimo e una mancanza di vero riposo. Tuttavia, lo stress non è tanto la causa quanto la conseguenza. È più un segnale, un sintomo di qualcosa che sta accadendo sotto la superficie, l’espressione di come il nostro sistema psicologico gestisce (o non riesce a gestire) ciò che ci sta succedendo.
In tal senso, mi preoccupa un fenomeno che noto sempre più spesso: l’utilizzo dello stress come etichetta per semplificare la complessità ed evitare un’introspezione. Il problema è che in questo modo possiamo eliminare temporaneamente lo stress, ma il disagio di fondo rimane irrisolto e riemergerà al ritorno dello stress.
Il cervello sotto stress
Lo stress è fondamentalmente una risposta neurofisiologica progettata per prepararci a reagire rapidamente alle minacce. Il rilascio di cortisolo e adrenalina ha lo scopo di spingerci ad agire, non a pensare.
Quando persiste cronicamente nel tempo, colpisce le aree del cervello coinvolte nella regolazione emotiva e nel pensiero riflessivo, in particolare la corteccia prefrontale. Questa regione è fondamentale per reinterpretare ciò che proviamo, metterlo nella giusta prospettiva e modulare le risposte impulsive.
Quando il suo funzionamento è compromesso, perdiamo parte di quello “strato razionale” che normalmente attutisce l’impatto emotivo delle situazioni. Di conseguenza, emozioni che prima gestivamo relativamente bene, come paura, frustrazione, tristezza o insicurezza, si manifestano con maggiore intensità nella nostra vita.
Dall’esterno, lo chiamiamo stress. Ma dall’interno, spesso si tratta di un insieme di emozioni già presenti, in attesa dell’occasione per esprimersi. In pratica, lo stress non fa altro che attivare il filtro razionale dell’autoregolazione.
Un modo semplice per capirlo è immaginare che lo stress sia come un cavatappi. Quando ci sentiamo bene, utilizziamo diversi meccanismi di regolazione emotiva per mantenere l’equilibrio. In un certo senso, questi meccanismi agiscono come un “tappo” che ci aiuta a sorridere anche quando non ne abbiamo voglia, o a rispondere in modo assertivo anche quando dentro siamo arrabbiati.
Lo stress rimuove quel “tappo” e permette a tutto il contenuto emotivo di emergere con maggiore forza. Non è un caso, infatti, che molte persone lo descrivano come uno stato di sopraffazione. Ciò non è dovuto solo a un eccesso di compiti o obblighi, ma piuttosto a una perdita di controllo emotivo.
In condizioni stabili, molte di queste emozioni vengono tenute sotto controllo o attenuate dalle nostre routine, dai ruoli sociali e dai meccanismi di autocontrollo interni. Ma quando il sistema è sovraccarico, questa struttura regolatrice si indebolisce. Ciò che emerge non è necessariamente nuovo; probabilmente è qualcosa che già esisteva ma che avevamo represso interiormente. Ecco perché lo stress può risultare così intenso e destabilizzante. Non si tratta solo della situazione attuale, ma di tutto ciò che essa fa emergere in termini di regolazione emotiva.
Il costo di non guardare dentro di sé
Il problema di usare lo stress come unica spiegazione è che ci impedisce di affinare la nostra comprensione di ciò che ci sta accadendo. Ricorrere allo stress come etichetta universale mina la granularità emotiva. Se tutto è stress, non abbiamo bisogno di chiederci quale parte di ciò che proviamo sia legata alla paura del fallimento, al bisogno di controllo, all’eccessiva autocritica o alle difficoltà nel porre dei limiti o nel risolvere conflitti latenti.
Senza questa introspezione, anche la soluzione risulta semplificata. Potremmo convincerci che basterà cambiare lavoro, delegare più compiti, disconnetterci per qualche giorno o porre fine a una relazione. E forse tutto ciò è necessario per ritrovare l’equilibrio, ma a volte non affronta il problema alla radice.
Perché se il problema di fondo è una difficoltà a tollerare l’incertezza o una tendenza all’autocritica costante, lo stress si ripresenterà in un altro contesto. Pertanto , passeremo gran parte della nostra vita ad attribuire allo stress quello che in realtà è un problema emotivo più complesso la cui soluzione…
Ascolta il messaggio dello stress
Forse la chiave sta nel non ossessionarsi così tanto con lo stress e, invece di cercare modi per alleviarlo, chiederci: “Cosa non riesce a controllare il mio sistema interno?”. In questo modo, lo stress non sarà più tanto un nemico da combattere quanto un indicatore di ciò che sta accadendo dentro di noi. Sarà un segnale che qualcosa nella regolazione emotiva è andato in sovraccarico o è diventato insufficiente.
A volte lo stress è sintomo di una vera e propria stanchezza. Altre volte rivela una paura accumulata. O una vita troppo condizionata dalle aspettative esterne. O forse un graduale allontanamento dai propri bisogni. Non esiste un’unica risposta. Lo stress ci dice semplicemente che c’è un divario crescente tra ciò che proviamo e ciò che siamo in grado di elaborare internamente.
Pertanto, dobbiamo comprendere che lo stress non è la fine della storia, ma piuttosto il punto in cui il nostro sistema emotivo inizia a parlare più forte e chiaro. E se ascoltiamo con un po’ più di attenzione, possiamo comprendere meglio noi stessi, portare alla luce vecchi problemi emotivi e risolverli. È interessante notare che, quando facciamo questo, è probabile che anche lo stress diminuisca, come naturale conseguenza.
Fonte:
Arnsten, A. (2009) Stress signalling pathways that impair prefrontal cortex structure and function. Nat Rev Neurosci; 10: 410–422.



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