
Alcune persone vivono per controllare tutto. Cercano di tenere a freno le proprie emozioni, pianificano meticolosamente il loro tempo, ricercano innumerevoli conferme prima di prendere una decisione, anticipano problemi inesistenti e tentano persino di controllare chi le circonda. Queste persone vivono con la convinzione che, se rinunciassero al controllo, tutto crollerebbe.
Non è nemmeno colpa sua. Viviamo in una società che glorifica il controllo e ce lo inculca fin dalla nascita. A scuola, chi rimane calmo e rispetta le regole viene premiato. Nel mondo degli adulti, la capacità di “avere tutto sotto controllo” diventa sinonimo di successo. Ammiriamo chi non perde la calma.
Dall’esterno, queste persone sembrano responsabili e affidabili, ma nessuno parla del costo invisibile di questa natura esigente perché, interiormente, sono solitamente esauste. Secondo Wilhelm Reich, cercare di controllare tutto finisce per avere un impatto negativo sulla salute mentale. Questo psicoanalista sosteneva che la stabilità psicologica non deriva dalla capacità di mantenere il controllo, bensì dal coraggio di lasciar andare quando necessario.
Il controllo come rifugio… e come trappola
Il controllo non è il nemico per eccellenza. Anzi, può essere uno strumento adattivo che, in determinate circostanze, ci aiuta a organizzarci, a prendere decisioni più intelligenti e a tollerare meglio l’incertezza. Credere di poter esercitare un certo controllo sul nostro ambiente per raggiungere i nostri obiettivi è fondamentale per coltivare l’autoefficacia e il benessere.
La percezione del controllo non è solo auspicabile, ma è un bisogno psicologico e biologico che portiamo “impresso” nella nostra rete cortico-striatale, come dimostrato da uno studio condotto alla Columbia University.
Il problema sorge quando il controllo smette di essere uno strumento e diventa un bisogno costante. A quel punto, il controllo cessa di essere adattivo e si trasforma in una fonte di disagio psicologico, aumentando il rischio di sviluppare problemi come il disturbo ossessivo-compulsivo, come confermato da una ricerca dell’Università Concordia.
Reich sosteneva infatti che i sintomi nevrotici, come il disturbo ossessivo-compulsivo stesso, fossero un tentativo inconscio di controllare un ambiente ostile. Li classificava come una “armatura del carattere” (charakterpanzer), riferendosi a schemi ripetitivi di comportamento, linguaggio e postura che fungevano da meccanismi di difesa.
Sebbene sia necessario un certo grado di controllo e autocontrollo, la vita è intrinsecamente caotica e imprevedibile, quindi ci sarà sempre qualcosa che ci sfugge, un evento imprevisto che non possiamo prevedere o una domanda senza risposta. Se cerchiamo di compensare l’insicurezza aumentando il nostro livello di controllo, nuoteremo controcorrente. E questo, a lungo andare, ci esaurirà sia fisicamente che mentalmente.
Di conseguenza, più cerchiamo di controllare l’incontrollabile, più ansia creiamo per noi stessi. È un circolo vizioso in cui vogliamo controllare le cose per sentirci più sicuri, ma più ci proviamo, più diventiamo consapevoli di tutto ciò che è al di fuori del nostro controllo e più angoscia proviamo.
L’armatura del carattere e la necessità di fluire
Per Reich, il controllo eccessivo era sia uno schema cognitivo che corporeo. Infatti, il suo concetto di “armatura del carattere” indicava il meccanismo che si crea a seguito del conflitto tra le esigenze istintive e il mondo esterno frustrante.
Secondo questo psicoanalista, quando ci rendiamo conto di dover reprimere molte delle nostre emozioni, desideri e impulsi, sviluppiamo questo meccanismo di difesa per controllarci. Tuttavia, ciò porta alla rigidità, poiché viviamo in uno stato di tensione costante e cronica. A lungo andare, questa tensione emotiva si manifesterà sia come disturbi mentali che come malattie fisiche.
Ecco perché credo sia fondamentale imparare a lasciarsi trasportare dagli eventi. Il controllo ci rende rigidi e, di conseguenza, incapaci di adattarci al cambiamento. Più spessa è l’armatura che costruiamo, più limita la nostra capacità di vivere liberamente le emozioni e di reagire in modo adattivo alla realtà.
D’altro canto, se siamo flessibili e non cerchiamo di controllare tutto, impariamo a seguire la corrente. Ovviamente, questo non significa che tutto andrà per il meglio, ma si basa sulla fiducia che, qualunque cosa accada, saremo in grado di gestirla.
Cosa significa, in pratica, rinunciare al controllo?
Fluire non significa lasciarsi trasportare dalla corrente senza discernimento, ma piuttosto recuperare la naturale capacità del corpo di autoregolarsi, connettendosi con i nostri bisogni, desideri e impulsi più profondi. Reich parlava della necessità di rilasciare la tensione fisica accumulata, ma si riferiva anche all’“esperienza emotiva di perdere l’ego”. In altre parole, permettersi di lasciarsi andare senza paura.
Non si tratta di abbandonare la pianificazione o di agire impulsivamente, ma di fare spazio alla spontaneità e alla flessibilità nella nostra vita. Si tratta di non cercare di programmare tutto e di non aggrapparsi a un’unica soluzione, percorso o risultato. In definitiva, si tratta di aprirci all’idea che il mondo possa sorprenderci.
Ovviamente, nessuno passa dall’essere una persona ipercontrollante a una persona flessibile dall’oggi al domani, ma si possono fare piccoli passi:
- Smetti di prevedere costantemente scenari negativi
- Non cercare di avere l’ultima parola in ogni discussione
- Accetta il fatto che puoi apprezzare anche piani “imperfetti”
- Parti dal presupposto che tu non possa controllare come gli altri ti percepiscono o le loro reazioni
- Permettiti di provare le emozioni senza analizzarle o cercare di correggerle immediatamente
Si tratta di piccoli gesti che allenano il cervello a lasciar andare il bisogno di controllare tutto per credere di stare bene. È un passaggio da “devo controllare tutto” a “posso affrontare qualsiasi cosa accada”. E questo ti dà molta più fiducia e tranquillità di un’illusoria sensazione di controllo. Te lo garantisco.
Riferimenti:
Sandstrom, A. et. Al. (2024) What’s control got to do with it? A systematic review of control beliefs in obsessive-compulsive disorder. Clinical Psychology Review; 107: 102372
Leotti, L. A. et. Al. (2010) Born to choose: the origins and value of the need for control. Trends Cogn Sci; 14(10): 457-463.



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