
Fin dalle sue origini e per gran parte della storia della psicologia clinica, la psicoterapia si è sviluppata attorno a una domanda fondamentale: cosa non funziona e come possiamo risolvere il problema?
L’identificazione dei sintomi e dei fattori predisponenti, così come la diagnosi e l’analisi delle esperienze passate, sono diventate centrali nella pratica clinica. Naturalmente, questi aspetti rimangono essenziali per comprendere e trattare molti problemi psicologici, ma la terapia è incompleta se si limita a far smettere la persona di sentirsi male e non la aiuta a sviluppare le risorse per funzionare in modo più efficace nella vita quotidiana o per affrontare meglio altri problemi che potrebbe incontrare.
L’avvento della psicologia positiva, promossa da Martin Seligman alla fine degli anni ’90, ha contribuito ad ampliare tale prospettiva sollevando una questione che in precedenza aveva ricevuto minore attenzione: cosa permette a una persona di funzionare bene, anche in circostanze difficili?
Questo cambio di prospettiva non significa minimizzare i sintomi o abbandonare l’esplorazione del passato, ma piuttosto ampliare il campo d’azione per identificare le risorse psicologiche che la persona già possiede e insegnarle a utilizzarle in modo più consapevole. In alcuni casi, lavorare su questi punti di forza può persino diventare un modo per facilitare il cambiamento terapeutico e promuovere l’autonomia.
Infatti, una meta-analisi pubblicata su Psychotherapy Research ha rivelato che integrare il lavoro sui punti di forza nel trattamento può fornire ulteriori benefici e spesso genera risultati quasi immediati, suggerendo che mobilitare le risorse del paziente non è semplicemente un complemento motivazionale, ma una parte attiva del processo di cambiamento.
Che cos’è – e che non è – la terapia basata sui punti di forza?
Uno dei principali rischi di introdurre il concetto di punti di forza in terapia senza un’adeguata formazione è quello di trasformarlo in una versione eccessivamente semplificata del positivismo. In altre parole, si tratta di chiedere alla persona di pensare in modo positivo, di concentrarsi sugli aspetti positivi o di trovare un’opportunità in ogni difficoltà.
La terapia basata sui punti di forza non è questo.
Un punto di forza è una caratteristica psicologica relativamente stabile che permette a una persona di pensare, sentire o comportarsi in modi che favoriscono il suo adattamento e il suo sviluppo. Il compito dello psicologo non è semplicemente quello di identificare questi punti di forza, ma di comprendere quando, come e in che misura possono essere utilizzati efficacemente.
Ad esempio, una persona potrebbe essere molto tenace, una caratteristica che a prima vista sembra un punto di forza innegabile, ma che allo stesso tempo può intrappolarla in una relazione dannosa o alimentare il perfezionismo. Pertanto, lavorare sui punti di forza significa aiutare il paziente a utilizzare le proprie risorse in modo più flessibile e contestualizzato.
1. Inizia identificando ciò che funziona
Una buona strategia per integrare questo approccio nella pratica clinica consiste nel prestare attenzione, durante la fase di valutazione e le prime sedute, non solo alle difficoltà, ma anche alle situazioni che il paziente riesce a gestire adeguatamente.
Cosa hai fatto in passato per superare una situazione simile? Quali caratteristiche personali ti hanno aiutato? In quali contesti ti senti più sicuro e competente? Quali punti di forza riconoscono gli altri in te? Quali attività ti permettono di sentirti più efficace?
Queste domande forniscono informazioni rilevanti, ma generalmente passano in secondo piano se il colloquio si concentra esclusivamente sui sintomi e sulle loro conseguenze.
È inoltre utile osservare le strategie che il paziente utilizza già spontaneamente. Ad esempio, una persona con ansia potrebbe aver sviluppato una grande capacità di pianificazione; una persona in lutto potrebbe mostrare una notevole abilità nel chiedere aiuto; e un paziente con difficoltà interpersonali potrebbe conservare un’elevata capacità di introspezione.
L’individuazione di queste risorse modifica (almeno parzialmente) la posizione del paziente nella terapia, perché egli cessa di essere semplicemente una persona bisognosa di aiuto e diventa un individuo con risorse proprie che dobbiamo riattivare.
2. Trasformare i punti di forza in strumenti terapeutici
Il passo successivo è passare dall’identificazione all’applicazione. Se la persona è curiosa, ad esempio, possiamo sfruttare questa caratteristica per incoraggiarla a osservare i propri schemi di pensiero senza giudizio. Se eccelle nell’assumere diverse prospettive, possiamo usare questa abilità per aiutarla ad analizzare un conflitto interpersonale da punti di vista differenti. Se ha un’elevata capacità di autoregolazione, possiamo sfruttarla per introdurre cambiamenti comportamentali graduali.
A questo punto, la questione non è più solo quale problema abbia il paziente, ma quali risorse abbia a disposizione per affrontarlo. Questo cambiamento di prospettiva può essere particolarmente utile nelle fasi intermedie della terapia, quando il paziente ha una migliore comprensione delle proprie difficoltà e ha bisogno di applicare quanto appreso a situazioni concrete.
In tal caso, possiamo concordare piccoli “esperimenti” e analizzare nella sessione successiva cosa ha funzionato e quali difficoltà sono emerse. In questo modo, i punti di forza cessano di essere qualità “astratte” e diventano risorse che il paziente impara a riconoscere, adattare e utilizzare consapevolmente nella vita quotidiana.
3. Lavorare sui punti di forza implica anche individuare gli squilibri
Un altro aspetto importante è evitare una visione troppo statica dei punti di forza. In terapia, non basta sapere che il paziente è “resiliente”, “creativo”, “prudente” o “empatico”. È fondamentale analizzare come utilizza queste caratteristiche e quali conseguenze hanno in contesti diversi.
Un’elevata empatia può favorire relazioni profonde, ma può anche rendere difficile stabilire dei limiti. La prudenza può proteggere dalle decisioni impulsive, ma portata all’estremo può trasformarsi in evitamento. La responsabilità facilita una buona prestazione professionale, ma può anche alimentare il perfezionismo.
Pertanto, la terapia basata sui punti di forza non significa sempre “aumentare” determinate caratteristiche. A volte implica imparare a regolarle, a combinarle con altre o a saperle utilizzare al momento giusto.
Questo approccio ci permette di lavorare in modo più preciso sulla flessibilità psicologica. L’obiettivo non è che il paziente diventi “più forte”, ma piuttosto che abbia un repertorio più ampio di risposte e sia in grado di scegliere quelle più adattive in ogni situazione.
Integrare punti di forza, consapevolezza e intelligenza emotiva con una formazione specializzata
L’allenamento dei punti di forza può essere arricchito anche attraverso altri interventi. La mindfulness, ad esempio, può aiutare le persone a sviluppare una maggiore consapevolezza dei propri pensieri, emozioni e schemi automatici, creando uno spazio in cui riconoscere e utilizzare intenzionalmente le proprie risorse.
Lo sviluppo dell’intelligenza emotiva fornisce un ulteriore quadro complementare che permette agli individui di identificare le emozioni, comprenderne la funzione, regolarle e utilizzare le informazioni emotive per prendere decisioni più adatte alla propria situazione. In questo modo, i punti di forza non vengono affrontati isolatamente, ma piuttosto all’interno di un sistema più ampio di autoregolazione e adattamento.
Pertanto, lavorare sui punti di forza in psicoterapia va ben oltre la semplice integrazione di una prospettiva positiva nelle sedute. Applicare rigorosamente queste metodologie richiede una formazione specialistica, sia per comprenderne i fondamenti, sia per sapere quando utilizzarle, come valutarle e come integrarle in modo appropriato nel processo terapeutico.
Riferimenti:
Onion, A. et al. (2026) Efficacia della coltivazione dei punti di forza e delle virtù umane sul benessere: un approccio di modellazione di equazioni strutturali meta-analitiche a una fase. Clinical Psychology Review; 124:102692.
Flückiger, C. et al. (2023) Metodi basati sui punti di forza: una revisione narrativa e una meta-analisi multilivello comparativa degli interventi positivi in contesti clinici. Psychother Res; 33(7): 856-872.



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