
Esistono persone che non alzano la voce né lanciano minacce esplicite, ma ottengono comunque ciò che vogliono perché influenzano il modo in cui gli altri si sentono, le loro relazioni e persino la percezione che hanno di se stessi. La scienza ha un nome per questo tipo di dinamica: aggressività relazionale. Non implica violenza fisica o verbale, né conflitti espliciti; è un fenomeno più silenzioso e difficile da individuare, e proprio per questo più pericoloso.
Fare danni senza essere notati
L’aggressività relazionale comprende comportamenti come diffondere pettegolezzi, escludere qualcuno da un gruppo, ignorarlo deliberatamente o sabotare le sue relazioni sociali. Queste azioni non lasciano segni visibili, ma le loro conseguenze emotive sono profonde.
Infatti, la ricerca non lascia dubbi: sebbene queste dinamiche passino inosservate, hanno effetti reali e misurabili sulle vittime. Chi subisce aggressività relazionale ha maggiori probabilità di sviluppare sintomi di ansia, depressione, solitudine e disperazione.
Probabilmente avete già visto o addirittura sperimentato situazioni simili in ambito lavorativo, tra amici o persino in famiglia. Accade, ad esempio, quando un gruppo smette di coinvolgervi nelle decisioni importanti senza alcuna spiegazione. Quando qualcuno inizia a distorcere le vostre parole per farle sembrare offensive o fa commenti passivo-aggressivi che vi mettono in cattiva luce.
Niente di tutto ciò sembra aggressione nel senso tradizionale del termine, ma psicologicamente lo è, perché finisce per avere un effetto destabilizzante. Vi fa dubitare di voi stessi perché non c’è un evento chiaro a cui attribuire la causa, non si è verificata alcuna aggressione esplicita e a volte non sapete nemmeno chi sia il “colpevole”. Ci sono solo segnali vaghi, silenzi imbarazzanti e cambiamenti nell’atteggiamento degli altri. E questo genera una sorta di logoramento psicologico che deriva dalla sensazione di essere stati messi da parte senza capirne il motivo.
Purtroppo, questo tipo di aggressione funziona proprio per la sua natura ambigua. La mancanza di chiarezza protegge chi la perpetra, perché può sempre negarla o reinterpretarla. “Non è poi così grave”, “stai fraintendendo” o “ti stai solo immaginando le cose” diventano risposte comuni. E col tempo, la vittima non solo subisce il rifiuto sociale, ma anche l’erosione della propria percezione della realtà.
L’aspetto più inquietante è che questo tipo di comportamento non è accidentale; può essere una strategia consapevole impiegata da alcune persone.
La scienza alla base della manipolazione sociale
Un ampio studio condotto presso la Deakin University su oltre 2.000 adulti ha analizzato come alcuni tratti della personalità influenzino questo tipo di comportamento. E i risultati sono piuttosto chiari: le persone con tratti della cosiddetta Triade Oscura (psicopatia, machiavellismo e narcisismo) sono più propense a ricorrere all’aggressività relazionale.
Ma la cosa importante non è solo chi lo fa, ma anche come lo fa. Le persone con queste caratteristiche prediligono forme di aggressività subdole e difficili da individuare, che potremmo definire “socialmente pulite”. Non si scontrano direttamente, ma manovrano dietro le quinte, mantenendo una facciata di cordialità.
Per controllare le dinamiche sociali, ricorrono a meccanismi indiretti come l’esclusione graduale, la manipolazione delle informazioni o la creazione di alleanze strategiche all’interno del gruppo. Si tratta di forme di influenza che operano dietro le quinte ma che riorganizzano completamente le relazioni.
Alcuni tratti della personalità facilitano questa aggressività relazionale. La psicopatia, ad esempio, è stata associata a una scarsa empatia e alla mancanza di rimorso, creando le condizioni psicologiche per danneggiare le relazioni senza provare senso di colpa. Il machiavellismo, d’altro canto, aggiunge un livello strategico perché permette di manipolare gli altri mantenendo un’immagine accettabile. E il narcisismo agisce come forza trainante, introducendo il bisogno di status, controllo e convalida.
Insieme, questi tratti funzionano come una sorta di “cassetta degli attrezzi sociale” per manipolare gli altri e raggiungere i propri obiettivi.
In definitiva, l’aggressività relazionale non è sempre riconosciuta perché non ha bisogno di essere palese per essere efficace. Opera proprio in quello spazio ambiguo in cui nessuno alza la voce, ma le relazioni vengono silenziosamente rimodellate. Forse la chiave non sta solo nell’identificare chi lo usa, ma nel prestare maggiore attenzione a come ci sentiamo in determinati contesti: se ci sentiamo chiusi in noi stessi, confusi o costantemente pieni di dubbi. A volte, l’indicatore migliore non è ciò che viene detto, ma ciò che inizia a scomparire senza una spiegazione.
Fonte:
Patafio, B. (2025) Dark and light personalities: A utilitarian perspective on their impact on relational aggression. Personality and Individual Differences; 242: 113209.



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