
I nostri primi anni di vita lasciano un segno indelebile. Infatti, il modo in cui siamo stati cresciuti non solo plasma la nostra infanzia, ma lascia anche un’impronta silenziosa che si estende per decenni. Molte delle nostre decisioni, paure, aspettative e persino il modo in cui interpretiamo ciò che ci accade affondano le radici nelle relazioni che abbiamo instaurato con i nostri genitori, anche se non sempre ne siamo consapevoli. Possiamo crescere, diventare indipendenti e costruire le nostre vite, ma certi schemi emotivi e relazionali rimangono con noi, operando in sottofondo, al di sotto della nostra consapevolezza.
Ovviamente, questo non significa che dovremmo incolpare i nostri genitori per tutto ciò che siamo o per tutto ciò che ci accade, ma comprendere l’influenza della nostra educazione ci aiuterà ad acquisire una prospettiva diversa, a conoscerci meglio e, si spera, a cambiare ciò che ci frena. Capire cosa ci ha plasmato ci permette di fare scelte più consapevoli nel presente. E, in alcuni casi, è anche profondamente liberatorio perché ci aiuta a capire perché, pur facendo tutto nel modo giusto, la felicità o il benessere sembrano sfuggirci.
I genitori autoritari e controllanti distruggono la felicità dei loro figli
Numerosi studi hanno analizzato l’influenza dei genitori sullo sviluppo infantile, ma ora i ricercatori dello University College di Londra si sono spinti oltre, valutando come lo stile educativo dei genitori possa determinare il nostro livello di felicità nel corso della vita.
Hanno seguito oltre 2.000 persone nate tra il 1946 e oggi, con l’obiettivo di scoprire l’impatto degli stili genitoriali sul loro benessere nel corso della vita. Ai partecipanti è stato chiesto di ricordare com’erano i loro genitori quando erano bambini e sono stati misurati i loro livelli di benessere e felicità in quattro fasi della vita: tra i 13 e i 15 anni, a 36, a 43 e infine tra i 60 e i 64 anni.
I risultati sono stati chiari: coloro che avevano genitori più attenti e percepivano di essere meglio accuditi ottenevano i punteggi più alti sulla scala del benessere. Al contrario, coloro che affermavano che la madre o il padre li controllavano psicologicamente, invadendo la loro privacy o impedendo loro di vedere gli amici, mostravano livelli inferiori di benessere emotivo decenni dopo, persino in età adulta avanzata. I ricercatori hanno infatti paragonato il declino del benessere mentale a quello che si verifica quando si perde un caro amico o un familiare.
Questo risultato è particolarmente rilevante perché non si limita a un periodo specifico, come l’adolescenza o la prima età adulta, ma valuta l’effetto del controllo genitoriale nel tempo. In altre parole, non si tratta solo di una fase difficile da superare, ma di un’influenza che può lasciare un segno indelebile sul modo in cui le persone si relazionano con gli altri, con se stesse e su come percepiscono il mondo.
Perché un eccessivo controllo può influire sulla felicità?
È importante fare una distinzione perché il controllo psicologico veniva inteso come il tentativo di rendere il bambino dipendente da uno o entrambi i genitori, invadendo costantemente la sua privacy e impedendogli di prendere le proprie decisioni.
Al contrario, i genitori che si limitavano a controllare il comportamento, ovvero che non permettevano ai figli di fare tutto impunemente, non avevano un impatto negativo sui loro figli in età adulta.
1. Autonomia psicologica limitata
La teoria dell’autodeterminazione afferma che, affinché una persona possa crescere e godere di una buona salute mentale, deve soddisfare tre bisogni fondamentali: autonomia, senso di competenza e connessione con gli altri, che le conferisce un senso di appartenenza.
L’autonomia ci permette di prendere decisioni e di sentire di avere un certo grado di controllo sulla nostra vita. Quando i genitori sono eccessivamente controllanti, tendono a interferire nelle decisioni, a limitare l’esplorazione e a dirigere il comportamento dei figli.
Di conseguenza, quella persona tenderà a fidarsi meno del proprio giudizio e a dipendere maggiormente dall’approvazione esterna. Questa dipendenza spesso genera insicurezza, dubbi costanti e difficoltà nel prendere decisioni, con conseguenze negative sulla sua soddisfazione di vita.
2. Interiorizzazione della critica
Il controllo genitoriale è spesso accompagnato da una supervisione costante e, in molti casi, da frequenti critiche o correzioni. Sebbene l’intenzione sia generalmente buona, il messaggio implicito che il bambino riceve è che non è abbastanza bravo così com’è.
Col tempo, quella voce esterna viene interiorizzata. Si trasforma in un dialogo interiore esigente, critico e spietato. Senza rendercene conto, ripetiamo le stesse parole che ci dicevano i nostri genitori. E se questo dialogo interiore valuta, corregge o mette costantemente in discussione il nostro valore, finisce per influenzare la nostra autostima e il nostro benessere.
3. Disconnessione dai propri bisogni
Quando le decisioni vengono costantemente imposte dall’esterno, abbiamo meno spazio per ascoltare ciò che desideriamo o di cui abbiamo bisogno. Se i genitori non permettono ai figli di prendere decisioni adeguate alla loro età e al loro livello di maturità, quei figli avranno in seguito difficoltà a entrare in contatto con se stessi.
Se una persona non ha le idee chiare sulle proprie preferenze, bisogni, desideri o persino sui propri limiti personali, troverà più difficile costruire una vita appagante. Ciò non è dovuto a una mancanza di risorse, bensì a una discrepanza tra ciò che fa (che dipende principalmente dall’approvazione altrui) e ciò che la farebbe veramente stare bene.
4. Paura di commettere errori
In ambienti fortemente controllanti, gli errori spesso comportano un elevato costo emotivo, che in genere si traduce in disapprovazione, punizioni o disaffezione. Quando questa dinamica si ripete più e più volte durante l’infanzia, spesso getta le basi per un rapporto problematico con gli errori.
In età adulta, questo si traduce nella paura di commettere errori, nella tendenza a evitare rischi e difficoltà nell’uscire dalla propria zona di comfort. A lungo andare, ciò limita le opportunità di crescita, apprendimento e persino di esperienze significative, elementi chiave per una vita più appagante e felice.
5. Difficoltà relazionali
Le nostre prime relazioni, quelle con i genitori, diventano un modello per quelle future. Se quel legame è caratterizzato dal controllo, potremmo finire per riprodurre dinamiche simili, ovvero potremmo accettare relazioni dominanti in cui l’altra persona decide e comanda, semplicemente perché è ciò che ci sembra familiare.
Tuttavia, potremmo anche cadere nell’estremo opposto, sviluppando un’ipersensibilità al controllo. In tal caso, qualsiasi tentativo di vicinanza viene percepito come una minaccia alla nostra autonomia, il che ci spinge automaticamente a prendere le distanze.
In entrambi i casi, la qualità delle relazioni, uno dei pilastri fondamentali del benessere psicologico, ne risente perché si instaurano legami squilibrati, caratterizzati da sottomissione o evitamento, anziché coltivare reciprocità e fiducia.
Ovviamente, il fatto che la nostra infanzia ci plasmi non significa che sia un destino ineluttabile. Riconoscere di essere cresciuti con genitori controllanti e autoritari può aiutarci ad apportare i necessari aggiustamenti per acquisire autonomia. Non possiamo riscrivere il nostro passato, ma comprenderlo ci permetterà di ampliare le nostre possibilità nel presente, per sentirci meglio e più a nostro agio con noi stessi.
Fonte:
Stafford, M. et. Al. (2016) Parent-child relationships and offspring’s positive mental wellbeing from adolescence to early older age. The Journal of Positive Psychology; 11(3): 326-337.



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